Socializzare il counseling

Anche se quella del counselor è una professione riconosciuta dal CNEL  e regolamentata da diverse associazioni di categorie, anche se negli ultimi anni abbiamo assistito al proliferare delle scuole di counseling è vero che l’attività del counselor e il suo campo d’azione sono ancora poco conosciuti ai più.

 

Su 5 nuove persone che incontro alle quali racconto di occuparmi di counseling solo 2 sanno in maniera precisa di che cosa sto parlando.

Alcuni colleghi ritengono che la mancanza di un albo professionale ci penalizzi: ; personalmente ritengo che non ce ne sia bisogno e che per una garanzia di professionalità siano sufficienti una buona formazione, supervisione costante e l’iscrizione ad un’associazione di categoria che richieda il rispetto di un codice deontologico rigoroso.

Più volte faccio notare come la Provincia di Genova, nell’ambito del progetto Orientamento Donna a cui sia io che Raffaella lavoriamo da più di 10 anni, abbia stipulato con noi contratti per “colloqui di counseling”,  riconoscendo quindi di fatto  la professione del counselor e separandola da quella dell’orientatore o dello psicologo.

Da un punto di vista “prettamente commerciale”, l’impegno da parte dei counselor è quello di  socializzare il più possibile la pratica del counseling: ogni volta che il contesto me lo permette (all’uscita di scuola, con le mamme delle compagne di mia figlia, con i colleghi di lavoro di mio marito) spiego in maniera semplice a chi mi sta intorno in che cosa consiste il mio lavoro, vale a dire incontrare in un luogo protetto, confidenziale e libero da giudizio e critiche  persone  che hanno bisogno di parlare dei loro problemi, esplorare le loro difficoltà ed essere aiutate nell’affrontare momenti di crisi, nel  migliorare le loro relazioni e la loro qualità di vita.

A distanza di tempo, qualcuno allora mi chiede delle precisazioni o dei chiarimenti , finchè non si arriva all’appuntamento al centro counseling.


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